19 giugno 2011 libere di fatto- i diritti sono il nostro pride

22 gennaio 2014 15:44 1 comment

LIBERE DI FATTO

Viviamo nel Paese della libertà, dove tutto è possibile, dove ogni comportamento è lecito. I nostri sogni sono sempre realizzabili e qualunque lavoro accessibile. I retaggi della cultura patriarcale sono ormai in soffitta. L’evoluzione dei costumi ha portato ad una libera sessualità. Le donne possono lavorare ed essere a capo di ministeri e di Confindustria. L’omosessualità non è più una malattia contagiosa. Siamo nella società del benessere, dove tutto può essere comprato e raggiunto. E gli episodi di omofobia e sessismo sono sporadici atti di bullismo che l’opposizione cavalca per strumentalizzare l’informazione a danno della santa maggioranza.
…o così sembra…
Eppure viviamo in un Paese dove precariato è sinonimo di lavoro, dove lo Stato non è garante dell’uguaglianza sociale, dove l’omosessualità è sopportata a fatica, dove le aggressioni non sono impedite ma sottovalutate, dove l’aborto viene ancora considerato una colpa da espiare col dolore.
Possiamo davvero dirci libere e liberi di scegliere?
Per poter essere veramente libere e liberi abbiamo bisogno che le istituzioni non si pongano come primo ostacolo tra noi e i nostri diritti.
In Italia ancora oggi non esiste la possibilità di sposarsi per persone dello stesso sesso e nemmeno un riconoscimento delle coppie di fatto, persone che da anni condividono un percorso di vita e sono a tutti gli effetti una famiglia. Nella nostra Regione il neo eletto Cota ha dichiarato di voler boicottare in ogni modo l’utilizzo della RU 486 e nel resto del Paese il panorama non è migliore: continuano ad innalzarsi nuove barriere tra le donne e il loro diritto di scegliere sul proprio corpo.
Ma, se anche le coppie di fatto fossero riconosciute, se persone dello stesso sesso potessero sposarsi, se l’aborto, la maternità e l’autodeterminazione fossero giuridicamente garantiti e non più condizionati da una politica prona di fronte al Vaticano, tutto ciò non basterebbe.
La libertà non può restare una bella parola sulla carta, né la promessa mai mantenuta del partito di maggioranza. Perché la parola libertà riacquisti il suo senso è necessario che sia presente nelle vite di tutte e tutti noi, lo Stato deve essere il custode dei diritti non il primo a violarli.
Vogliamo che nell’accesso al lavoro l’essere donna non sia un fattore discriminante e che la smania di ricchezza di pochi non ci obblighi a vivere un’esistenza precaria e incerta. Vogliamo che l’università torni a svolgere il suo ruolo sociale e che sia un luogo di libera ricerca e non un luogo di sfruttamento in cui la ricercatrici precarie non hanno neanche diritto alla maternità. Crediamo che la maternità non debba essere vissuta come un evento pregiudizievole per il mantenimento del posto di lavoro ma come un momento che ognuna di noi deve poter vivere serenamente.
Non capiamo come Cota e i suoi colleghi di maggioranza abbiano la spudoratezza di dirsi pro vita, famiglia e libertà quando attuano politiche sociali distruttive, sostengono il precariato, approvano contratti in cui si diminuiscono i permessi familiari, tolgono il tempo pieno, boicottano la RU486, favoriscono l’obiezione di coscienza di medici e farmacisti, smantellano e privatizzano il servizio sanitario e arrivano addirittura a negare il diritto alla salute ai migranti.
Chiediamo che la famiglia sia davvero tutelata e ciò sarà possibile solo se tutte le libere unioni di persone che si amano potranno condividere un percorso comune senza ostacoli. Vogliamo che tutti e tutte abbiano i mezzi per poterla creare come desiderano, indipendentemente dall’orientamento sessuale, dalle condizioni economiche e dal lavoro che svolgono.
Esigiamo che la vita non sia più messa in discussione. Difendiamo la vita di tutte quelle donne che morivano e muoiono tutti i giorni di aborto clandestino, la vita delle donne e degli uomini migranti che non possono curarsi per la paura di venire denunciati che devono avere libero accesso alle strutture sanitarie, la vita di chi in un futuro poterebbe non permettersi le cure in un sistema sanitario privatizzato.
Oggi, 19 giugno, è la prima tappa di un percorso che riunisce donne, migranti e associazioni LGBTQ nel comune interesse per la salvaguardia dei valori di laicità, autodeterminazione, antirazzismo e antifascismo.
Collettivo AlterEva

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