NO AL MOVIMENTO PER LA VITA NEI CONSULTORI. PERCHÈ È UNA BATTAGLIA DI TUTTE E DI TUTTI.

18 gennaio 2011 17:39 0 comments

cota dottore aborto legge194

Il 15 ottobre la Giunta regionale del Piemonte approva il “Protocollo per il miglioramento del percorso assistenziale per la donna che richiede l’interruzione volontaria di gravidanza”.
Questa delibera sancisce di fatto e di diritto l’ingresso delle associazioni pro-life all’interno dei consultori. Cosa vuol dire?
All’interno del consultorio il personale non sarà solo quello sanitario ma verrà affiancato da operatori di associazioni di volontariato che hanno stipulato le convenzioni previste nel protocollo ( di cui la firmataria è l’assessore Ferrero). Attualmente la delibera prevede che SOLO le associazioni pro-life, e quindi anti-abortiste, possano stipulare tali convenzioni e di conseguenza le uniche legittimate ad affiancare il personale sanitario.
La donna che entra in consultorio per informarsi o richiedere un’ interruzione di gravidanza sarà quindi costretta a “giustificare” la propria scelta al personale volontario visti quali sono gli obiettivi previsti dallo statuto dell’associazione: (statuto comitato verità e vita.)

art 6. “impegnarsi per denunciare pubblicamente, senza cedimenti e compromessi, l’esistenza di leggi intrinsecamente ingiuste, quali la legge 194/1978 sull’aborto volontario, la legge 40/2004 sulla fecondazione extracorporea, ogni legge che dovesse rendere lecita la pratica dell’eutanasia comunque denominata”
art 10. “promuovere la conoscenza delle sostanze cripto abortive, presentate come semplici contraccettivi”
art 12.” promuovere l’esercizio del diritto all’obiezione di coscienza da parte dei professionisti interessati (infermieri, ostetriche, medici, farmacisti, giudici, …)”

Questi “militanti”, più che operatori volontari, hanno l’intento di fare pressione ideologica per il raggiungimento dei fini dell’ associazione, come ogni gruppo ideologicamente orientato; quindi, hanno la funzione di operare in modo da scoraggiare l’interruzione volontaria di gravidanza, l’uso dei contraccettivi (di emergenza e non), la riproduzione assistita( etc..), attività che normalmente sono svolte nei consultori famigliari.
Ci chiediamo: e’ quindi possibile che il diritto di scegliere sul proprio corpo , sulla propria maternità debba subire importanti limitazioni giustificate dal fine di ” migliorare il percorso assistenziale per la donna”? (cit. ).
Non è, di per sé, contradditorio?

In sostanza, si ritiene accettabile che la donna debba sopportare questa violenza psicologica all’interno delle strutture sanitarie pubbliche, ovvero da parte di ciò che rappresenta lo stato, (che dovrebbe essere garanzia di tutela), perché si ritiene che questa colpevolizzazione possa avere come risultato la tutela della specie umana e della donna stessa, non sempre in grado di valutare cos’è meglio per lei.
Ecco un chiara e diretta aggressione al principio di autodeterminazione e di libera scelta sul proprio corpo, la palese imposizione di una morale superiore a giustificazione di un’azione invasiva e quindi limitativa della libertà individuale.
Analizzando gli elementi è chiaro che si tratta di un ragionamento mosso da ragioni strumentali: gli argomenti per ritenere cos’è vita o meno sono opinabili, non scientificamente giustificati e concernono in ogni caso la sfera della scelta privata del cittadino/a; inoltre, c’è da dire che, per quanto riguarda le modalità di “attuazione dell’obiettivo” si potrebbe tranquillamente parlare di una forma di violenza di stato.
Le risposte delle associazioni di donne presenti sul territorio si sono indirizzate su due fronti: una via legale, con un ricorso al TAR e al difensore civico e, una campagna di sensibilizzazione e informazione, costituita da volantinaggi, presidi e assemblee.
La Regione ha deciso di non ascoltare questa manifestazione di disagio e muovere altri piccoli passi verso la costruzione di una meccanismo di più forte di accerchiamento e limitazione.
Dopo l’approvazione della delibera, infatti, si realizzano altre situazioni che esplicitano questo tentativo:
Roberto Cota e Caterina Ferrero partecipano al convegno dal titolo “Aborto, noi non ci rassegniamo”, sponsorizzato anche dalla Regione Piemonte.
L’ospedale Sant’Anna di Torino, con direttore Valter Arossa, e l’associazione antiabortista “Difendere la vita con Maria” stipulano una convenzione per il seppellimento dei feti.
Il Movimento per la vita presenta un contro-ricorso al TAR. In questa occasione il presidente del mpv, Carlo Casini, si è recato a Torino per esprimere il proprio sostegno all’assessore Ferrero e alla delibera.
Ed infine anche la provincia fa il suo piccolo colpo di coda con la nuova nomina per consiglierà di parità provinciale: è Gabriella Boeri proveniente dall’ambito delle opere salesiane femminili.
Ci sono però azioni meno eclatanti ma quotidiane che hanno le conseguenze più pesanti sulle donne: i militanti del mpv presidiano gli ospedali, e sono una presenza ingombrante.
In taluni casi tali soggetti si trovano ad aggredire fisicamente e verbalmente le donne che entrano in ospedale e che richiedono un’interruzione volontaria di gravidanza e che quindi sono in momento delicato e di particolare fragilità della loro vita.
Si tratta di donne obbligate ad inventarsi una difesa “fai da te” dalle invettive di sconosciuti davanti alle porte di un ospedale, quegli stessi sconosciuti che saranno all’interno di consultori.
Si tratta di donne che non sono tutelate dall’apparato statale, donne che reclamano libertà e giustizia e che si trovano obbligate a gridare per pretendere qualcosa di scontato.
Queste vicende non possono passare inosservate; non possiamo permetterci l’indifferenza.
E’ un attacco molto duro all’effettiva applicazione della legge 194 e alla scelta di una maternità consapevole ma soprattutto è un attacco molto duro nei confronti di tutte le donne.
E’ necessario che non si lascino sole le donne a gestire personalmente un attacco che ha portata collettiva. Dobbiamo ri-organizzarci e trovare la determinazione di, non solo rifiutare la delibera, ma chiedere un cambiamento immediato di rotta.
Riappropriarci dei nostri diritti e difendere elementi irrinunciabili quali autodeterminazione, libertà e laicità non è solo una scelta di principio ma è il discrimine che traccia la linea tra la sopravvivenza al vivere collettivamente e il valore aggiunto del vivere collettivamente.
Dobbiamo sottolineare come governare significhi garanzia, tutela, condivisione, solidarietà, rappresentanza degli interessi di tutti/e e non limitazione, violenza, disservizio e pressione ideologica. Chiediamo quindi un’azione di responsabilità politica: il pieno rispetto della libertà delle donne, della laictà delle istituzioni nonché dei diritti e delle leggi da tempo consolidate.

Leave a reply

required

required

optional